Un venerdì di passione fuori stagione

Lo scorso venerdì, una remote privilege escalation su tutti i kernel Linux dal 2007 in poi ed il più grande attacco DDoS della storia. Ma tre giorni dopo il Web è già risorto

Photo by Sandro Lombardo

Lo scorso venerdì, una remote privilege escalation su tutti i kernel Linux dal 2007 in poi ed il più grande attacco DDoS della storia. Ma tre giorni dopo il Web è già risorto

Mentre ero impegnato tra le slide del prossimo HackInBo e la routine di un pigro venerdì, ci hanno pensato milioni di caffettiere connesse al web a dare un po’ di pepe alla giornata.

Guardate con sospetto il social media manager che con entusiasmo vi vuol vendere come feature essenziale, quella che la vostra macchinetta del caffè, deve essere connessa ad Internet per controllare l’ora con l’orologio nucleare sito alle isole Fiji per prepararvi la colazione alle ore sette, zero zero secondo il fuso orario di Settala, Premenugo - Milano.

Sì perché quella feature fantastica, quel desiderio di interconnessione totale, che vuole ad esempio che la vostra macchina sia sempre agganciata a Spotify, incurante di una cosa chiamata radio, per mettere like a tutto, è una pantagruelica cretinata.

Non me vogliano gli amanti del social ad ogni costo, oppure, facciamo così, vogliatemene pure, me ne farò una ragione. I device sono progettati male per essere connessi ad Internet per dare servizi aggiuntivi.

Questa mala progettazione si sta ripercuotendo nell’uso di device come parti attive in attacchi di tipo denial of service distribuito.

Il pattern è molto semplice, quasi banale se vogliamo. Infetto il device, proprio come faccio per un PC, magari mandando un malware che mi aiuta a trovare le credenziali di accesso, ne prendo il controllo e alla fine mi ritrovo con un elaboratore in miniatura da usare alla bisogna. Ora, pensate per un attimo a quanti device connessi ci sono ormai nelle case; è un attimo arrivare a cifre a sei zeri. Immaginate ora, se facessi mandare un solo pacchetto TCP verso una porta a caso, diciamo la 53, quella del servizio di risoluzione dei nomi, il DNS, di un provider.

I DNS di quel provider si troverebbero a gestire una mole di traffico nell’ordine di qualche Gigabyte al secondo; mole di traffico che possiamo equiparare a del rumore che impedisce alle richieste lecite di essere servite.

E il pasticcio è fatto. Telecamere di sorveglianza, piccoli elettrodomestici, router di casa, si improvvisano per una sera attaccanti e tagliando fuori dalla rete i server di Github, Twitter solo per citarne due. O meglio, sono stato impreciso. Non hanno tagliato fuori dalla rete, mezza costa orientale degli Stati Uniti, i server erano ancora lì, ignari ed inoperosi.

Tanti piccoli elettrodomestici, hanno impedito ai nostri laptop, ai nostri cellulari, di parlare con l’agente che dirige il traffico per chiedere “ehi, dove devo andare per visitare www.twitter.com?”.

Hanno impedito che i nostri dispositivi avessero in risposta, “guardi, vada su 34.211.2.89”.

Paradossalmente se i nostri device avessero avuto nel loro file /etc/hosts, questa informazione, non ci saremmo accorti di nulla. Sul perché in realtà il DNS serva e non si possa avere e manutenere un file hosts di milioni di entry, non mi soffermerei. Però per la prossima volta, un file hosts di fallback con almeno gli indirizzi che uso di più almeno non mi fanno buttare una giornata di lavoro.

Un po’ come quando non va Google Maps e ti devi affidare alla cartina.

Dirty Cow - CVE-2016-5195

Come se non bastasse la nostra caffettiera, anche il kernel di Linux ci si mette. Venerdì è stato il giorno di Dirty Cow, una vulnerabilità sul meccanismo che gestice la copy-on-write (COW) e che permette ad un utente, non privilegiato, di sovrascrivere qualsiasi file sul sistema, a cui lui abbia accesso in lettura.

Il bug esiste dalla versione 2.6.22 (rilasciato nel 2007) ed è stato corretto lo scorso 18 Ottobre. Direi quindi che i sistemi Linux sul pianeta afflitti da Dirty Cow, si aggirano attorno al 90%. Così, a spanne.

C’è una PoC funzionante ed un video che mostra come sfruttare questa vulnerabilità.

Immaginate l’impatto che può avere su un server Linux sul quale voi avete messo un sito aziendale in hosting condiviso, perché qualcuno ha messo in testa al vostro IT Manager che cloud è bello, senza se e senza ma, Immaginate se l’ultimo degli utenti che ha una shell su quel server, diventi improvvisamente root. Quel qualcuno ora dirà al vostro IT Manager che root ha accesso anche ai vostri dati?

Nel week end, non ho avuto troppo tempo per spippolare sulla PoC e trasformarla in qualcosa di più serio. Dovrete quindi fare da soli, se volete diventare root su un server Linux qualsiasi. Ah, importante:

  • l’exploit non lascia segni
  • se il vostro utente ha accesso in lettura a quel file, l’exploit funziona al 100%

Potete trovare tutti i dettagli su Dirty Cow, qui, se oggi riuscite ad arrivare a Github grin.

Angolo della filosofia spiccia e populista !!111!!11

Social è bello. L’essere umano è nato per raggrupparsi in gruppi sulla base di gusti personali e simpatie. Questi gruppi si intrattengono in chiacchiere, che è il motore di una società sana.

Ecco, da quanto sarà l’uomo presente sulla Terra? Facciamo n mila anni che non sbagliamo. Sono n mila anni che l’uomo è social, avevamo proprio bisogno di Facebook?

Come tutte le cose, anche i social network e la connessione al web va presa con moderazione. Altrimenti, gli scenari di Brave New World, da romanzo, diventano un sinistro presagio.

Enjoy (con una birra tra amici in un pub)!!11!1!

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