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Grazie Internet of Things

L’essere umano è pragmatico, un po’ come San Tommaso. Per credere alle favole
che gli raccontiamo durante gli awareness deve essere colpito sul vivo, deve
vedere che un attacco informatico ha ripercussioni sulla vita reale.

A mio avviso, il problema più grande della mancata sensibilizzazione delle
persone, soprattutto del mondo IT (e questa è la cosa che scoraggia
maggiormente) è la radicata convinzione che quanto accade nel mondo digitale,
resti in una sorta di limbo etereo senza ripercussioni sul mondo reale.

Hai voglia a parlare di SCADA e di disastri nucleari sfiorati, l’uomo ICT medio
ha da poco scoperto tutte le funzionalità del telecomando della TV, figuriamoci
se riesce a capire che un attacco ad un sistema di controllo e di monitoraggio
(mondo digitale), ha un impatto sul mondo reale (fusione nucleare, radiazioni).

Lo smartphone, il primo ambasciatore

Il primo ambasciatore dell’awareness globale è il nostro smartphone. E’ lui il
primo dispositivo praticamente sempre connesso al Web, una vulnerabilità o un
trojan nascosto nell’ultimo giochino indie, possono significare un’infezione
con un impatto che va dalla perdita di dati e della propria privacy fino al
diventare parte di una botnet come avviene sui desktop.

Tuttavia i 3 vendor che hanno conquistato il mercato, stanno facendo un ottimo
lavoro lato sistema operativo mobile e di vulnerabilità che affliggono iOS,
Android e WinPhone ne senti veramente poche.
Le applicazioni, subiscono qualche review per accedere agli store ma per questi
veicoli d’attacco ormai l’utente medio ha capito che sul device deve installare
un antivirus e che deve controllare le permission richieste dall’applicazione.

Eppure il messaggio non è arrivato a segno. Sui social lasciamo impostazioni
privacy ridicole e ci sono moltissimi profili aperti al mondo intero con foto
di momenti familiari alla mercé del primo che passa. Foto dei nostri figli
aperte ad chiunque e non devo essere certo io a ricordarvi che è un brutto
mondo. Sui computer aziendali fioccano i classici post-it con le password di
accesso, oppure si scelgono parole come Farfalla41 sicuri che nessuno mai al
mondo riuscirà ad eludere simile complessità.

Nonostante noi si viva in un’epoca parzialmente connessa, non abbiamo ancora
capito che il mondo digitale e quello reale sono collegati a doppia mandata.
Se la smettessero con la cinematografia fatta male, forse la gente smetterebbe
di considerarle cose da film.

Viva l’Internet of Things

Ma la connessione tra i due mondi sta continuando ad un ritmo serrante. La
chiamano “Internet of Things”, l’Internet delle cose. La chiamano domotica.
Tutto questo è semplicemente sensazionale, ma senza l’opportuna presa di
coscienza è come mettere in mano un auto potente ad un 18enne neo patentato,
sappiamo tutti cosa succede vero?

Ma noi vogliamo avere il termostato che possiamo controllare con un’app anche
quando siamo fuori casa. Noi vogliamo avere il frigorifero intelligente che
capisce quando dobbiamo fare la spesa e magari ci pensa lui ad chiamare i
webservice del supermercato e farci recapitare la spesa a casa.

Recentemente ho visto un bellissimo pulsante, da attaccare somewhere in cucina
e che se premuto ci ordina la pizza.

Non è fantastico? Non dobbiamo neanche più avere il fastidio di comunicare i
nostri bisogni con dei simili come noi. Schiacci il pulsantino ed voilà ecco
la pizza che arriva, magari tra qualche anno portata addirittura da un drone.

Quando vedremo recapitate a casa nostra 100 pizze e non riusciremo a dimostrare
che non le abbiamo ordinate noi o quando il nostro termostato di casa impazzirà
“da solo” e ci troveremo dentro un forno, forse e dico forse capiremo che il
mondo digitale è un’estensione del mondo reale e comportamenti inadeguati nel
mondo digitale hanno ripercussioni sul mondo reale.

Quindi, ben venga l’Internet of Things e magari aiuti tutti a capire che
abbiamo bisogno di un mondo, anche digitale, più sicuro.

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